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Ciclismo: “Cu nu fa fari” slogan che scala le montagne

E’ nato un gruppo ciclistico a Catania “Fai da te”
Catania: “Cu nu fa fari” slogan che scala le montagne
Se vi capita di incrociare dei ciclisti, diversamente giovani, che, disciplinatamente in fila, scala la “Muntagna” o percorre le strade verso Taormina o della Piana di Catania indossando un elegante completino gialloblu con un vistoso logo di un ciclista affaticato che sogna di essere coricato su una brandina sotto un ombrellone, noterete anche una frase, ripetuta in tutti i lati della maglia e del pantaloncino, che recita “CU NU FA FARI!”. Ebbene, sappiate che non è un semplice goliardico motto, ma il frutto di una intesa esperienza umana.
Tutto ebbe inizio quando un gruppo di amici, che da qualche tempo si erano muniti di grezze ed economiche biciclette e facevano insieme giri senza pretese, decisero di scalare l’Etna fino al rifugio Citelli. Fu una tappa fantozziana: aritmie, dolori articolari, crampi, apparizioni mistiche, soste multiple di rifiatamento, tentativi sventati di chiamare mogli e parenti per farsi  venire a prendere, ma alla fine tutti arrivarono e, dopo qualche attimo di stupore ansimante, con sguardo stravolto ma trionfante, esclamarono: “Ma a nuatri, Cu Nu Fa Fari?” e subito quell’esistenziale interrogativo si impresse nelle loro non lucide menti e capirono che doveva diventare il loro motto, la loro filosofia di vivere il rapporto amore-odio con la bici e che accumuna la maggior parte dei ciclisti.
Over 50, 60, pensionati, duri lavoratori di intelletto o di gomito decisi a vivere ogni momento sportivo in questo stato perenne di bipolarità: da un lato l’eccitazione del traguardo da raggiungere e dall’altro il languido richiamo al sopore domestico. Ma a vincere è stato sempre il primo.
Sabato dopo sabato le tappe si sono allungate, Taormina, Rifugio Sapienza, Milia, Miscarello, Lentini; niente ha più fermato i baldi bipolari, nemmeno i capitali spesi in ipertecnologiche bici, abbigliamento, attrezzatura specializzata e spesso mai usata. Gli anni sono passati lasciando il segno sulle loro prestazioni. I più giovani, meglio, i meno anziani, si vantano ancora di avere margini di miglioramento (sich!) mentre gli altri usano subdolamente tutti i mezzi leciti e illeciti (chiacchierate diversive, telefonate improvvise, voglia di caffè, ruote sgonfie, strani rumori alla catena, motori elettrici mascherati) per non farsi staccare.
Nella loro bipolarità continuano a sognare, mentre pedalano duramente, di superare i loro record personali, di arrivare a completare la Monsiuer 4000, di fare il giro della Sicilia, di raggiungere e staccare quell’antipatico giovane e dotato ciclista che immancabilmente li supera di getto senza nemmeno salutarli ma , man mano che la fatica avanza, si fa più imperioso il sogno eccelso dell’arrivo a casa, del profondo sospiro prima di scendere faticosamente dalla bici (finammente arrivai!!), della doccia, dello sguardo tra il sardonico e il compatimento della moglie che sa bene che per due giorni dovrà sopportarsi il prode guerriero lamentoso che ciondolerà stanco da un angolo all’altro della casa rifiutandosi di fare qualsiasi incombenza domestica, anzi reclamando il suo diritto al riposo. Ma alla fine dei due giorni risorge nel bipolare il desiderio della bici e si mette in moto per organizzare l’uscita di allenamento infrasettimanale , chiamata anche “giro Inps”, un nome che evoca età e performances dei partecipanti.  E finalmente, il sabato tutti in gran spolvero, con indosso il completino del gruppo, verso un nuovo traguardo, con l’immancabile foto che testimonierà dell’impresa raggiunta e con la voglia inesauribile di continuare a restare in sella pedalando duramente verso l’ambizioso traguardo finale della giornata: il divano che aspetta a braccia aperte per un lungo, affettuoso, confortante abbraccio.
Paolo Boccaccio